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La domesticazione è un vero e proprio processo attraverso il quale gli animali in cattività si
adattano all'uomo e all'ambiente umano. L'adattamento allo stato di cattività avviene tramite
la stimolazione ambientale, esperienze che si verificano nella vita dell'animale e mutamenti
genetici, che si manifestano nelle generazioni successive. Darwin ha sostenuto che la
domesticazione, sebbene sia un processo che abbia origine dall'addomesticamento, diventi via
via un fenomeno profondamente diverso, in quanto essa presuppone una condizione nella
quale gli animali vengono incrociati, allevati e nutriti in un modo più o meno regolato
dall'uomo.
I mutamenti che si possono osservare negli animali domestici, rendendoli diversi dalla forma
selvatica, mostrano due fenomeni ricorrenti:
(a) gli animali domestici differiscono dalla
rispettiva forma selvatica per una variabilità notevolmente più marcata, nell'ambito della
specie, delle caratteristiche strutturali, fisiologiche ed etologiche;
(b) molte delle caratteristiche
modificazioni morfologiche, come avere peli sottilissimi o molto arricciati o la presenza di
pezzature dorsali o ventrali, possono essere di frequente osservate anche in specie non
prossime.
Anche il comportamento degli animali domestici può differire in modo caratteristico da quello
delle corrispettive forme selvatiche, per quanto questo si verifichi talvolta solo in minima parte;
è comunque possibile riscontrare interessanti parallelismi. Lorenz stesso ha sottolineato
l'esistenza di modificazioni tipiche indotte dal fenomeno della domesticazione. Le più
importanti sono senza dubbio l'aumento e la diminuzione della disposizione all'azione, ovvero
una variazione del “livello dell'impulso” e una modificazione dei meccanismi scatenanti innati.
Variazioni della disposizione all'azione. Alcuni moduli comportamentali compaiono nelle forme
domestiche molto più raramente o viceversa molto più frequentemente di quanto si riscontri
nelle forme selvatiche corrispondenti. In particolare se un comportamento compare più
raramente si parla di ipotrofia. Questo fenomeno interessa soprattutto quei moduli
comportamentali riguardanti l'aggressività, l'avvertimento, la fuga, la difesa, le cure parentali.
Il fenomeno opposto, ovvero la maggiore frequenza di un determinato modulo, viene detto
ipertrofia ed è riscontrabile soprattutto nell'attività sessuale. L'ipertrofia è visibile chiaramente
nelle reazioni sessuali, che risultano non dipendenti dai cicli stagionali, in cui si assiste a una
riduzione considerevole del comportamento di corteggiamento che si riduce notevolmente,
configurandosi talvolta con il semplice accoppiamento.
Variazione dei meccanismi scatenanti innati.
Nell'ambito del comportamento sociale gli animali
selvatici reagiscono con estrema precisione a determinati stimoli e, in particolare nel caso di
sequenze motorie piuttosto lunghe, ogni singola azione si svolge solo in presenza del relativo
stimolo scatenante. Negli animali domestici questa selettività è spesso notevolmente ridotta.
Anche in questo caso le prime a subire una modificazione sono ancora le reazioni della sfera
sessuale; seguono le attività di cura della prole e altre sfere del comportamento sociale. Per
questo motivo è generalmente molto più facile incrociare animali domestici e fare allevare i
loro piccoli da madri sostitutive rispetto alle specie selvatiche.
Per Hemmer (1990) una delle principali conseguenze della domesticazione è la riduzione della
sfera percettiva. Gli animali selvatici per poter sopravvivere, infatti, devono essere
necessariamente “neofobici”, cioè devono essere in grado di reagire velocemente agli stimoli
nuovi e sconosciuti, per poter garantire la sopravvivenza della specie.
Di contro le rispettive
forme domestiche sono caratterizzate da docilità, assenza di paura e maggiore tolleranza a
stati di stress.
Tali modificazioni sono il risultato di mutamenti ormonali e di una significativa
riduzione delle dimensioni cerebrali.
Infatti, il sistema nervoso centrale rivela modificazioni che riguardano sostanzialmente una
complessiva diminuzione della massa cerebrale e in particolare una differenziazione delle parti
filogeneticamente più giovani dell'encefalo.
Studi comparativi del comportamento e dello sviluppo dei canidi selvatici hanno evidenziato
che esistono alcune differenze nel cane domestico le quali possono essere certamente
collegabili all'effetto della domesticazione.
Il lupo, per esempio, raggiunge la maturità sessuale
all'età di due anni, mentre i nostri cani diventano sessualmente maturi in età estremamente
precoce, tra i sei e i nove mesi di vita. Nei lupi il ritardo dello sviluppo sessuale ha una
notevole importanza dal punto di vista sociale, infatti i giovani all'interno del branco durante i
primi due anni di vita aiutano gli adulti a crescere ed allevare le cucciolate successive. Inoltre
la caratteristica monogamia e l'evidente preferenza di un particolare partner sessuale nei
canidi selvatici, non è riscontrabile nel cane, il quale inoltre ha ben due calori all'anno. Un'altra
interessante caratteristica comportamentale indotta dal processo di domesticazione è l'abbaio,
un tratto che i cani non condividono con i parenti selvatici. Raramente, infatti, i soggetti adulti
delle specie selvatiche abbaiano, questo comportamento è invece più spesso osservabile nei soggetti giovani.
Molti studiosi infatti hanno osservato che l'aspetto e il comportamento del cane domestico è
molto più simile a quello di un cucciolo di lupo che a quello di un individuo adulto. L'effetto
della domesticazione ha quindi determinato nel cane domestico la permanenza di
caratteristiche prettamente infantili, processo che prende il nome di neotenia. Da questo punto
di vista il cane sarebbe quindi derivato da una forma di ritardo neotenico dal momento che
esso esibisce in età adulta morfologia e modelli comportamentali osservabili nei parenti
selvatici durante lo stadio giovanile. Wayne e Gould hanno infatti proposto che gli stadi di
sviluppo ontogenetico del lupo forniscano un'istantanea del processo di evoluzione del cane. |
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